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Una storia (quasi) banale - a Piombino


Abbiate pazienza, ma questo non sarà un post allegro. Magari a qualcuno apparirà eccessivamente polemico, al punto di essere fuori luogo. In ogni caso, se non vi va di ascoltare una storia triste, cambiate pagina, cambiate sito, tornate a trastullarvi con le tante occasioni di distrazione che offre la Rete. Io proprio non posso far a meno di scrivere queste parole, perché, a dirla tutta, sono davvero  arrabbiata, irrimediabilmente arrabbiata: e non sono in grado di trovare consolazione, se non così.

Vedete, mia madre è morta mercoledì scorso, nel reparto di medicina dell’Ospedale di Villamarina. Era stata ricoverata d’urgenza giovedì dodici novembre, dopo un ictus che, da subito, era apparso devastante: non tanto, comunque, da farle smarrire consapevolezza di sé.  E’ stata indirizzata in quelle che si chiamano “stanze ad alta intensità” nel reparto di medicina, ovvero le camere (a quattro posti) dove vengono ricoverati i pazienti più gravi o comunque quelli che stanno attraversando una fase particolarmente acuta della loro malattia. In questi dodici giorni di passione ho visto tutto e il contrario di tutto. Non voglio polemizzare più di tanto. So bene che le condizioni di lavoro (anche psicologiche) in reparti di questo genere sono quelle che sono: ed appare scontato che eventi drammatici per i pazienti e i loro parenti siano per il personale poco più che semplice routine. Però credo che ci siano momenti che richiedano una speciale dignità, uno speciale rispetto, nonostante tutto. E mi sono decisa a scrivere perché so che mia madre alla sua dignità era particolarmente attaccata e sempre, in ogni occasione, anche se anziana e malandata da tempo, pretendeva rispetto. Questa dignità, questo rispetto, in un modo o nell’altro, sono venuti meno proprio all’ultimo: lei non se n’è resa conto ma io ero lì, ed ho visto, e proprio non riesco a fare finta di niente.

Sapevamo che poteva succedere, sapevamo che sarebbe successo: i medici erano stati molto chiari a questo proposito, fino alla brutalità. In ogni caso io mi illudevo ancora, se non altro perchè la sera prima mi era parso di cogliere un lieve segno di ripresa. Avevamo parlato, mi aveva salutato. Alle 7.50 della mattina di mercoledì, prima di andare a scuola, avevo telefonato ad Alina, la ragazza che assisteva da due anni mia madre (per lei quasi una figlia) e che le era rimasta accanto durante la notte. Mi aveva detto che la situazione era stazionaria. Mi ero comunque recata al lavoro relativamente tranquilla. Durante la mattina mi ha telefonato mio marito per avvertirmi che non si sentiva bene e che sarebbe uscito dal lavoro prima. Ci siamo messi d’accordo: alle 12.35, all’uscita da scuola, sarei andata a fare la spesa, sarei tornata a casa per preparare il pranzo e solo dopo mi sarei recata, come di consueto, in ospedale. Sapevo che verso le 13.00 sarebbe arrivato mio fratello, che comunque ci sarebbe stata Alina. Alle 12.52 mio fratello mi ha inviato un sms, avvertendomi che stava per arrivare in ospedale. Alle 13.00, mentre stavo caricando in auto le borse della spesa, mi ha chiamato Alina, allarmatissima: “Vieni subito che tua mamma sta peggio”. Mi sono precipitata. Mentre ero per strada, una nuova telefonata. Era mio fratello, appena arrivato in reparto. Con un tono quasi stupito mi fa: “Lorenza, ma mamma è morta … ”

Alina, dopo aver preparato e somministrato il vitto con il sondino nasogastrico, si era subito resa conto che qualcosa non andava. Era andata a cercare aiuto, ma era l’ora del passo, le infermiere erano distratte da altro, non so … Mentre lei era fuori stanza, è arrivato mio fratello, completamente ignaro di quello che stava accadendo, con mia cognata. E’ entrato nella stanza, ha chiamato “mamma!”, ha subito compreso la situazione, si è voltato verso la moglie … “Ma è morta …” A quel punto mia cognata sia è precipitata nella stanza delle infermiere, ha chiamato aiuto. Sono caduti tutti dalle nuvole. Solo allora, solo quando mia cognata ha avvertito,  il direttore del reparto ha auscultato mamma, ha dato disposizioni perché venisse attaccato l’elettrocardiogramma, ha fatto mettere un paravento e invitato gli altri visitatori ad uscire  dalla stanza.  Nel frattempo sono finalmente arrivata anch’io: erano circa le 13.20. Disperata, naturalmente, perché mia madre stava morendo in un’atmosfera più adatta ad un fast food che ad un ospedale, mentre io, che avevo trascorso intere giornate a sorvegliare il suo respiro, in quel momento ero lontana, impegnata, molto banalmente, a fare la spesa al Conad.

Siamo rimasti a lungo nel corridoio. Era, come ho detto, l’ora del passo. La gente andava e veniva, le inservienti ritiravano i vassoi del vitto, le infermiere si chiamavano da una parte all’altra del corridoio per sistemare le loro faccende, i medici facevano i fatti loro: chi chiacchierava, chi riempiva moduli, chi telefonava. Stavano lavorando, non dico di no.  Ma dietro quella porta una donna era morta, zitta zitta, senza che nessuno, a parte una badante ucraina il cui allarme non era stato preso più di tanto sul serio, se ne fosse reso conto. E del resto, che importava? Si sapeva che la fine sarebbe stata quella. Ma non venitemi a parlare di “momento supremo”: una tale banalizzazione del dramma che stavamo vivendo, onestamente, non me la sarei mai aspettata. So che il direttore si è ripetutamente scusato con mio fratello. Quanto a me, nessuno mi ha detto niente: non una parola di solidarietà, non un cenno, anche se era chiarissimo quello che era accaduto e la mia faccia, nelle ultime due settimane, doveva essere diventata familiare ai più.

Mia madre è stata ben assistita? Non posso dire di no. Venivano somministrate le terapie. Se chiamavamo, e anche se non chiamavamo, qualcuno interveniva, più o meno regolarmente, per liberararla dai catarri che la soffocavano. E tuttavia l’impressione resta quella di una grande approssimazione. C’era chi ci rimproverava bruscamente se, durante il pomeriggio, più di una persona restava accanto al letto di mamma per assisterla, perchè la regola impone che solo una persona abbia l’autorizzazione a rimanere. C’era chi non ci vedeva nemmeno e talvolta, attorno a qualche paziente, c’era una vera e propria folla di parenti e amici ben oltre la fine dell’orario di visita. In alcuni casi il personale era gentilissimo, in altri dava l’impressione di trovarsi lì per sbaglio o per sfortuna, e trattava i parenti degli ammalati, e gli ammalati stessi, con la conseguente malagrazia. Le cosiddette “stanze ad alta intensità” sono in realtà stanze di transito: alcuni pazienti, i più gravi, restano lì per settimane, altri, nel giro di qualche giorno, vengono trasferiti altrove o addirittura dimessi. Non esistono monitor per tenere costantemente sotto controllo la situazione di chi è più a rischio. Non esiste privacy: praticamente mia madre ha agonizzato per dieci giorni in pubblico. Non si sa mai a chi rivolgersi per avere qualche chiarimento: qualche medico è informato, qualcun altro ammette candidamente di essere lì di guardia ma di non sapere un accidente dei pazienti che per quel giorno gli sono affidati. La porta principale a volte è aperta per tutto il giorno e chiunque può entrare, altre volte resta chiusa anche quando sarebbe consentito accedere al reparto. E’ capitato che qualche estraneo, parente di altri malati, mi informasse indignato che la badante di mia madre era stata trattata malissimo e senza apparente ragione, immagino per una forma istintiva di disprezzo per persone che comunque sono lì per dare assistenza.

Sul bancone davanti alla stanza dov’era ricoverata mamma faceva bella mostra di sé una targa d’argento donata come ringraziamento al reparto e ai medici da un paziente guarito che evidentemente ha avuto un’esperienza diversa. Io ho vissuto, assieme a mia madre, la burocratizzazione della malattia e, quel che è peggio, della morte. Se avessi potuto, l’avrei senz’altro portata a casa, dove almeno non sarebbe stata considerata solo la “6/C”, un semplice corpo estenuato da manipolare finché durava, ma una persona che stava affrontando l’estrema battaglia della sua esistenza.

Vorrei solo che chi è in grado di farlo pensi ad una diversa organizzazione del reparto: regole certe e rispettate, buona educazione sempre e comunque, controlli continuativi di chi sta peggio, una sistemazione più consona per gli ammalati più gravi (non ci sono gli spazi? che almeno venga concesso qualche paravento), ai quali sia comunque consentito di godere  della vicinanza e dell’affetto dei propri cari, senza che nessuno ti rincorra per il reparto dandoti della rompicoglioni, perché pretendi che una madre moribonda possa avere accanto ambedue i propri figli (mi è capitato anche questo, in verità). Informazioni precise e puntuali, in ogni caso, evitando approssimazioni, omissioni o superficialità, ma anche insensibilità e mancanza di empatia (le accettiamo solo dal Dr House che, com’è noto, è personaggio di fiction).

Scrive Ignazio Marino nel suo bel libro “Nelle tue mani - Medicina, etica, diritti”: ” Non si può non sottolineare quanto l’attuale e moderna organizzazione del lavoro pesi sui medici: la necessità di attenersi strettamente ai protocolli, alle regole di strutture complesse come gli ospedali, agli orari, ai turni in reparto e a quelli di guardia che sono necessari perché tutto proceda senza intoppi. Tutto questo può spingere il medico a sentirsi un semplice anello nella catena di trasmissione, utile per il buon funzionamento della macchina nel suo complesso ma limitato nel suo impegno personale e certamente anche nella sua responsabilità nei confronti dei pazienti. […] La medicina, come dice lo storico Giorgio Cosmacini, non è una scienza, è una disciplina che ha molto a che vedere con altre scienze ma che in sé è un’arte, ovvero una disciplina umanistica in cui l’aspetto umano è fondamentale  e io mi spingerei a dire preponderante  su quello puramente tecnico. Qual è quel paziente che, trovandosi a dover scegliere dove farsi operare, opterà per la struttura con il miglior direttore generale? Sceglierà l’ospedale dove c’è il reparto migliore per la sua malattia o quello in cui lavora un medico di cui si fida perché lo conosce o perché ne ha sentito parlare. I pazienti sperano di potersi fidare e l’atteggiamento del medico nell’instaurare un rapporto umano è decisivo. Se il medico perde questo, perde se stesso”.

Non potrebbe essere detto meglio.

1 commento a “Una storia (quasi) banale - a Piombino”

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  1. Chiara il 27 Dic 2009 alle 11:35 ha detto:

    Lorenza, non ci conosciamo ma voglio mandarti un abbraccio per esprimerti tutta la mia solidarietà. Ti auguro di riuscire il prima possibile di pensare a tua madre senza passare da questi terribili attimi. Nel frattempo, hai fatto bene a raccontare.

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