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La memoria della memoria - Orgoglio piombinese


Venerdì scorso, nella sala del Consiglio Comunale di Piombino, ho partecipato alla presentazione del volume “Piombino Medaglia d’oro - Una battaglia di verità e giustizia” curato da Laura Pasquinucci.  Il testo, frutto di un attento e puntuale lavoro di ricerca, è ottimamente documentato anche dal punto di vista iconografico. Racconta il percorso lungo e accidentato che la nostra Città ha dovuto compiere per ottenere finalmente, nel 2000, la medaglia d’oro al valor militare per i fatti del 10 settembre 1943 (la battaglia di Piombino) . La presentazione, coordinata dall’Assessore alla Cultura Ovidio Dell’Omodarme, si è articolata negli interventi del prof. Ivan Tognarini, della curatrice Laura Pasquinucci, della gradita ospite Sandra Bonsanti, presidente nazionale di “Libertà e Giustizia”(sua ladefinizione  dell’operazione storiografica compiuta dalla Paquinucci come “memoria della memoria”), del sindaco Gianni Anselmi. Particolarmente interessanti le parole degli ex sindaci della nostra Città (Rolando Tamburini, Enzo Polidori, Fabio Baldassarri e Luciano Guerrieri) che hanno offerto una diretta testimonianza dei sentimenti e degli intenti che negli anni hanno guidato le iniziative tese ad ottenere per Piombino il riconoscimento ufficiale del ruolo giocato durante le primissime fasi della Resistenza. Emozionanti le interpretazioni di Francesca Palla e Rosa Marulo, due giovani attrici del Teatro dell’Aglio, che hanno letto con sentita partecipazione le motivazioni del conferimento della medaglia e i messaggi del Presidente Ciampi (2000)  e del Presidente Napolitano (1993)

Detto questo, devo ammettere che in  occasioni di questo tipo non posso fare a meno di nutrire qualche perplessità, credo abbastanza comprensibile in una persona che ha raccontato pubblicamente nel  blog personale la sua storia di “figlia di due ragazzi di Salò“: un post che prego di leggere se si vuole comprendere pienamente quello che qui sto per dire.  A quanto ho scritto in quella sede e nelle mie risposte ai commenti (anch’essi da valutare attentamente, perché a modo loro significativi),  non ho niente da aggiungere. Mi limito ad alcune osservazioni di merito, legate alla specifica occasione. Lo strappo di Fini rispetto alle improvvide sortite dei suoi colonnelli mi pare rispettabile e condivisibile: l’antifascismo, in democrazia, non si discute. La libertà, in particolare la libertà di parola, visto che noi tutti ci sentiamo liberi, grazie a Dio, di scrivere e di leggere i nostri  diari on line e non viviamo ancora in un regime come quelli di Pechino, di Teheran o di Cuba (che mettono in galera finanche il più umile blogger) , è un dono troppo prezioso per disprezzarlo in nome dell’ideologia o, peggio, dell’opportunismo politico e politicante. Un tempo nemmeno troppo remoto, quando si voleva mettere a tacere un oppositore, lo si tacciava di “fascismo”; oggi la prassi appare spesso singolarmente rovesciata, ma comunque simmetrica, e  grazie al fulgido esempio del nostro premier, l’epiteto di “comunista” si avvia a diventare ufficialmente un insulto che non lascia spazio a dibattito o discussione. L’offesa che evita e castra  il confronto con chi la pensa diversamente,  non c’è niente da fare, è intrinsecamente antiliberale.

Ovviamente in un’occasione celebrativa,  come quella di venerdì scorso, non è possibile procedere a troppi distinguo ed è fin troppo scontato che la polemica contro certo negazionismo finisca per scadere in toni manichei fatalmente invischiati nelle questioni politiche e nelle contrapposizioni legate all’attualità, senza che sia possibile una serena disamina delle circostanze storiche. Non in tutti gli interventi, sia chiaro, ma almeno in alcuni ho avvertito la tentazione di trasformare il legittimo orgoglio per la medaglia che adorna il Gonfalone della nostra Città in un’arma di contrapposizione politica rispetto alle vicende che la nostra Nazione sta vivendo oggi. Il rischio è quello di una retorica  fine a se stessa, che perda definitivamente l’occasione di costruire una memoria davvero condivisa per tutti. La Resistenza si trasforma così in un’ icona intoccabile e  a chi, magari giovanissimo, abbia combattuto in una trincea diversa non si riconosce né  buona fede né motivazione ideale: il “saloista”(ma non sarebbe meglio dire “repubblichino”?)  è sempre bieco, malvagio, aguzzino, nella migliore delle ipotesi manganellatore, nella peggiore torturatore.

La semplificazione non giova e dà luogo a singolari contraddizioni,  ad esempio quando si scende sul piano della conoscenza personale di singoli individui in carne ed ossa. Posso ben affermarlo, visto che mio padre è stato negli anni Sessanta - Settanta segretario della locale sezione dell’allora Movimento Sociale e consigliere comunale: pur essendo fuori, allora, dal cosiddetto “arco costituzionale”, va detto che, per quanto ne so,  gli avversari (la giunta era ovviamente rossa)  lo hanno sempre rispettato e apertamente stimato. Fosse stato un ex - torturatore, si sarebbe meritato solo sputi e insulti, no? e magari un po’ di galera.

Sono stata felice di assistere alla presentazione dell’opera e naturalmente sto leggendo il bel libro curato da Laura,  libro che caldamente consiglio. Allo stesso modo  sono felice di vivere in democrazia e, visti i dubbi tempi che ci sono capitati, di dare il mio contributo alla costituzione della sezione locale di “Libertà e Giustizia”. Rispetto ad altri, un tempo ben sistemati nel comodo alveo del già citato “arco costituzionale” e ora fieramente accodati al carro del vincitore di turno,  il mio itinerario ideale e intellettuale è stato singolarmente inverso (si vede che le posizioni troppo comode non mi piacciono). Proprio per questo, ho sentito l’esigenza di  dar conto pubblicamente dei miei dubbi: affinché, come ho scritto altrove, le belle parole e l’indignazione troppo facile e scontata non finiscano per offuscare con un velo di retorica a costo zero i problemi reali della politica attuale,  a livello sia locale che nazionale.

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