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Piombinese per caso


Sono una piombinese per caso. Se mio padre, l’anno della mia nascita (non chiedetemi quale, non sta bene domandare l’età ad una signora), avesse vinto il concorso come pilota di porto a Porto Torres, il mio destino sarebbe stato senz’altro diverso e la “u” finale del mio cognome assai più giustificata. Lo ha vinto a Piombino e un paio di mesi dopo sono arrivata io, figlia di questa strana famiglia un po’ sarda, un po’ romagnola, un po’ toscana, un po’ piemontese.

La premessa è necessaria, e non solo per narcisismo autoriale. Il fatto è che per lungo tempo mi
sono sentita estranea a questa città, dove peraltro sono sempre vissuta. Ho coltivato insistenti sogni di fuga. Nei miei giovani anni canticchiavo a mezza voce “Piccola città, bastardo posto … ” Ma poi sono rimasta: forse non proprio volentieri, forse, ancora una volta, quasi per caso, ma sono rimasta.

Mi piace Piombino? Chissà, non so ancora rispondere. Ci sono luoghi, in questa città, di imprevista bellezza. Ci sono scorci di disperante bruttezza. E la gente di Piombino? Da ragazza andavo ripetendo che questo posto aveva i difetti del paese senza averne i pregi e tentava di essere città senza riuscirci davvero. Era una frase ad effetto, che valeva giusto come battuta di una ragazzina parecchio presuntuosa e un po’ frustrata.

Oggi le cose stanno diversamente. Vivere per così tanti anni nel medesimo luogo crea, ovviamente, dei legami, dei riferimenti dai quali non si può prescindere. Sono venticinque anni che insegno (non è che sono una prof decrepita: ho cominciato così presto che quasi quasi non ero ancora uscita dal liceo, lo stesso liceo dove tuttora lavoro) e quanti ragazzi e genitori ho conosciuto? E le quattro chiacchiere quando si va a comprare il pane, o al solito supermercato, o nella libreria di fiducia, o all’edicola vicino casa, o alla pompa di benzina sulla strada della scuola? Gli incontri casuali, gli sconosciuti che ti sfiorano, la gente che ti capita di osservare mentre fai la fila alla posta, o dal medico, o in banca o dovunque capiti … Bene, non sono più un’estranea: qui vivo, lavoro, mi sono sposata, ho avuto dei figli e sono, ahimé, un po’ (solo un po’, sia chiaro!) invecchiata. Piombinese per caso, certo, ma piombinese, c’è poco da fare.

E tuttavia qualcosa dell’antica distanza è rimasta. Chi leggerà questo urban blog non si aspetti la semplice cronaca degli eventi in città, o un blog-depliant paraturistico, o polemiche cultural-politiche dall’inevitabile gusto un po’ provinciale. Non farò concorrenza a “Piombino Oggi” o alla cronaca locale del “Tirreno”. Troverete piuttosto una Piombino raccontata da chi è dentro ma anche fuori, una tizia po’ straniata, non del tutto inquadrata, forse persino eccentrica. Insomma, lo sguardo di una piombinese atipica, con qualche velleità letteraria, che dopo tutto ama la sua città, anche se con qualche personale insofferenza.

Credo che mi piacerà raccontare così Piombino. E spero che le mie parole piacciano anche ai futuri lettori di questo blog, che siano piombinesi o no.

4 commenti a “Piombinese per caso”

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  1. Rudy Bandiera il 28 Apr 2008 alle 15:37 ha detto:

    Ciao Lorenza e benvenuta!!

  2. Serena il 12 Mag 2008 alle 11:42 ha detto:

    Io odiavo Piombino. Ora abito e lavoro in un paesino sperduto della Pianura Padana…e cerco disperatamente di tornarci, in quella cavolo di Piombino. Il parcheggio manca anche qua, ma manca anche la passeggiata sul lungomare!!

  3. Helga il 24 Mag 2008 alle 15:19 ha detto:

    ..e io invece appartengo alla categoria “redenti”: dopo 17 (dico, 17) anni passati nella Capitale, ho fatto fagotto e sono tornata nella mia misera cittadina (dicevo a 17 anni, quando pensavo di diventare almeno presidente di una repubblica fatta di peace, love e volèmose bbene). Ebbene sì. Questa misteriosa saudade che sentivo ogni volta che un pino mi sfiorava il naso o che un’onda mi mandava uno schizzo sulla pelle, questa solitudine in mezzo al “vedo gente e faccio cose” della grande metropoli, un bel giono mi ha detto alza i tacchi e torna a rimirare il fumo della Lucchini.
    Lascio lavoro all’Università, casa, fidanzato e torno nullatenente alla città che mi diede i natali.
    E ho ricominciato tutto da zero.
    Certo, mi mancano i teatri, i cinemini, i localini, il jazz, il blues. I miei amici e le chiacchere intelligenti.
    Ma sorrido se non trovo parcheggio per 10 minuti, perchè a Roma era almeno mezz’ora. Ho un compagno, una casa, mi sto ricreando un mio mondo lavorativo, facendo finta che la mia cattedra universitaria non mi manchi per nulla…
    Ma mi beo dei tramonti, delle domeniche al mare, della panettiera, del mercato il mercoledì sempre con la stessa roba e sempre con la stessa gente. Mi beo di poter avere un cane, perchè a pranzo torno a casa. Mi beo che se esco qualcuno da salutare lo trovo sempre.
    Ma anche io, come te, mi sentirò sempre un po’ aliena, un po’ eccentrica, un po’ fuori da tutta una serie di cose..ma anche sicuramente amante di questo famoso e fumoso aggregato di case e persone tanto da lasciare un pezzo di vita, che mi manca, ma davvero non tornerei indietro….

  4. simone il 12 Ott 2008 alle 14:33 ha detto:

    è proprio vero, Piombino è un paese con la voglia d’esser città, forse come tutti i posti provinciali, anche se alle spalle c’ha una storia da far invidia, fatta di scioperi generali e di grandi battaglie, e piange il cuore a veder sperperata oggi questa memoria, anche da chi come me se n’è andato, perché a forza di provare a cambiarla, questa città, ha visto il pericolo d’esser egli stesso da lei cambiato…

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